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DIFFERENZA E RIPETIZIONE NELLA MONOCROMIA DI DOMENICO D’OORA
di Giorgio Bonomi
Le opere di Domenico D’Oora si caratterizzano, in tutta la loro evoluzione, per restare fedeli alla monocromia, senza, per altro, vietarsi sviluppi e maturazioni, tutti rigorosamente dentro la sua scelta linguistica di fondo.
La monocromia in pittura ha una lunga storia: potremmo farla iniziare da alcune parti di quadri di Turner e poi di Monet – che aveva visto le opere dell’artista inglese nel suo soggiorno londinese – per arrivare a Malević che apre la strada alla monocromia assoluta, quindi alla “Color Field Painting”, fino alla più recente Pittura Analitica europea.
D’Oora elabora in un modo del tutto personale la monocromia, evitando la facile, e vetusta, utilizzazione di un unico colore. Così, lavorando sulla superficie e sul supporto, la sua poetica si articola per costanti e successivi “slittamenti”, tutti all’interno dei suoi fondamenti stilistici.
Anche le opere qui presenti sono denotate da alcune differenziazioni rispetto alle precedenti. Ora, qui, le scansioni ritmiche delle “righe” materiche sono tutte verticali e i supporti sono di alluminio.
D’Oora ha sempre amato servirsi di materiali vari (tela, mdf, plexiglas, ardesia ed altri) e rendere la superficie “mossa”, “ritmica”, poiché le righe scanalate provocano luci ed ombre, scorrimenti percettivi, musicalità. Il “quadro” per l’artista è una totalità complessa, costituita dal supporto, mai “anonimo” o “contingente” bensì ontologicamente fondato, e dalla superficie monocroma che è l’apparire fenomenico dell’opera.
Il Nostro, come ha “superato” (in senso hegeliano che significa “togliere e conservare”) la rigidezza dell’uso “piatto” di un solo colore, così ha “superato” l’assoluta, talvolta maniacale, prescrizione di Mondrian relativa all’utilizzazione dei soli colori primari, ed altrettanto ha evitato la “perfezione” formale di tanta astrazione geometrica, lasciando sempre ai margini del quadro una “imperfezione”, vuoi ad indicare i “confini” dello stesso, vuoi a marcare l’artisticità (manualità) della realizzazione, differenziandosi da molto concettualismo “industriale”.
Per D’Oora l’opera, come abbiamo accennato, non si limita alla superficie frontale ma ha un suo spessore, una “tridimensionalità”, potremmo considerarla una specie di altorilievo, nella sua interezza e nei rilievi multipli di colore. Date queste caratteristiche, è stato naturale per l’artista realizzare delle vere e proprie sculture a tutto tondo, ovviamente con le superfici come quelle dei quadri, quasi che questi dalla parete “scendessero” a terra.
D’Oora può essere annoverato tra quegli artisti che rispondono al concetto deleuziano di “ripetizione e differenza” – come, ad esempio, Morandi, Fontana, Castellani – i quali, certamente, non ripetono l’identico bensì procedono, nella loro continua indagine, alla ricerca, quasi ossessiva, della “perfezione”, alla quale si avvicinano ma che, fortunatamente, non raggiungono, altrimenti cesserebbero di operare e di fornirci opere d’arte.
D’Oora si trova ora in una situazione di piena maturità che vive senza fermarsi sul già ottenuto ma continua incessantemente a ricercare e creare, conseguendo risultati di grande rilievo e presentandoci opere sempre nuove, come quelle qui presentate.







